Italien-Reise / Kinder von ehemaligen Zwangsarbeitern aus Neuaub

MÜNCHEN, MONACO, MALGOLO – e ritorno

Sprache

Le storie dimenticate degli “Internati militari italiani”. La vicenda di un ex lavoratore forzato che tornò nella città dove era stato sfruttato e creò un dessert servito ancora oggi nei ristoranti tedeschi.

Fotografie: Alessandra Schellnegger

Monaco in estate. Fantastico! Trascorrere due o tre mesi a vendere dolci e gelati sulla Promenade, in mezzo alla gente ricca e bella. Che può esserci di meglio? Era stato un amico a segnalare al pasticcere Francesco Di Nuzzo quell’opportunità di lavoro. Il giovane napoletano aveva accettato subito e con entusiasmo – tanto più che nei mesi estivi doveva spesso arrangiarsi con piccoli lavoretti. Fu solo al momento di acquistare il biglietto che si rese conto dell’errore: il lavoro che l’amico gli aveva procurato non era a Monte Carlo, in Costa Azzurra, ma a München, Monaco di Baviera. Francesco di Nuzzo aveva già firmato il contratto e nell’estate del 1952 si vide costretto a partire per la Germania, a tornare nella città in cui, otto anni prima, era stato un lavoratore forzato e aveva sofferto a tal punto la fame da perdere tutti i denti. Si ritrovò così a lavorare nell’elegante Ristorante Roma sulla Maximilianstraße; di giorno serviva un menù a tre portate ai ricchi monacensi, mentre di notte riviveva l’incubo di quei mesi trascorsi a Neuaubing.

Vecchie fotografie dall’album fotografico della famiglia Di Nuzzo.
Album fotografico della famiglia Di Nuzzo: Francesco con colleghi e colleghe, all’interno e davanti al Ristorante Roma, Maximilianstraße 31, anni ’50; escursione nei dintorni di Monaco.
Una foto di Francesco Di Nuzzo risalente agli anni ’50
Francesco Di Nuzzo davanti al Ristorante Roma. A partire dal 1952 lavorò come “lavoratore stagionale” in questo ristorante-caffetteria-gelateria, che in seguito divenne un amato punto di ritrovo per i monacensi.

A seconda della prospettiva che scegliamo di assumere, possiamo dire che Francesco Di Nuzzo fu solo uno dei 230, 150.000 o 13,5 milioni di lavoratori forzati. Perché furono complessivamente 13,5 milioni le persone che durante il Nazionalsocialismo vennero impiegate nel lavoro coatto. Questa è la stima prudenziale formulata sulla base di quella che era, al tempo, l’estensione territoriale del Reich tedesco. Altre fonti stimano un totale di 25 milioni di lavoratori forzati, considerando oltre alle dimensioni della Germania anche quella dei territori occupati. Si tratta in ogni caso della “più impressionante operazione di deportazione di tutti i tempi”. [1]

Solo a Monaco di Baviera furono almeno 150.000 gli uomini e le donne stranieri impiegati nel lavoro forzato. Nel territorio della città sono stati identificati con sicurezza 400 dormitori. Si trovavano praticamente ovunque, ogni tedesco e ogni tedesca li aveva visti, perché diversamente dai campi di concentramento non si trovavano lontano dai centri urbani, ma nel cuore delle città, spesso in prossimità di impianti industriali o di fabbriche di armi. Il lavoratore forzato François Cavanna ha scritto nelle sue memorie: “A quel tempo, Berlino era strapiena di baracche di legno. In ogni minimo spazio vuoto della metropoli si annidavano lunghe file di cubi di legno d’abete rivestiti di carta catramata. Berlino era come un solo, immenso dormitorio”.[2] È sorprendente, quindi, che di tutto ciò non rimanga quasi traccia e che esista un solo museo ufficialmente dedicato alla memoria di questo importante capitolo dei delitti del nazionalsocialismo, e cioè il Dokumentationszentrum NS-Zwangsarbeit di Berlino Schöneweide. La stragrande maggioranza delle baracche è ormai sparita da gran tempo e definitivamente. In tutta la Germania del sud solo un complesso è sopravvissuto ai decenni, ed esattamente a Monaco Neuaubing, al confine con Freiham; si tratta di otto baracche, al tempo utilizzate come dormitorio per la sede locale dell’ente che sovrintendeva alle riparazioni ferroviarie, il Reichsbahnausbesserungswerk. Vi erano alloggiati, tra gli altri, 230 prigionieri di guerra italiani.

Elenco dei nomi dei presenti nel campo dello Reichsbahn Ausbesserungswerk.
Estratti dall’elenco del campo Reichsbahn Ausbesserungswerk Neuaubing (RAW-Lager Neuaubing), internati militari italiani, 1944 ca. Vi compaiono tra gli altri i nomi di Giuseppe Burani, Francesco Di Nuzzo, Gino De Zolt, Guiseppe Degiovanni, Luigi Ganora e Albino Eicher (Clere). Fonte: Archivio municipale di Monaco (Stadtarchiv München)
Elenco dei nomi dei presenti nel campo dello Reichsbahn Ausbesserungswerk.

Trentasette chili. Un numero che torna continuamente. Francesco Di Nuzzo è un fantasma pelle ossa che si aggira nei racconti dei suoi quattro figli. Pesava trentasette chili. Aveva perso tutti i denti. A ventiquattro anni, era l’ombra di sé stesso. Frasi e concetti che tornano senza posa durante il nostro colloquio, forse perché i quattro figli sanno poco altro e attengono a questi pochi brandelli di informazioni che hanno ricevuto. Francesco Di Nuzzo non ha mai raccontato ai suoi ragazzi del periodo trascorso a Neuaubing. I prigionieri di guerra furono considerati in fin dei conti dei traditori, dapprima in Germania, e dopo la guerra anche in patria, in Italia. Mentre le storie narrate dagli ex partigiani venivano assunte a mitico, eroico fondamento della nuova Italia, i racconti dei 650.000 ex soldati impiegati nel lavoro forzato non voleva ascoltarli nessuno.

Ci troviamo nel Ristorante Nerina di Malgolo. Fuori il sole di ottobre inonda gli alberi di luce dorata, dentro i figli Di Nuzzo hanno preparato un ottimo pasto per gli ospiti tedeschi. Figli che non sono più ragazzi: oggi hanno tra i 50 e i 60 anni. Per via del fraintendimento sul nome di Monaco, sono nati tutti nella capitale bavarese. Per la verità, papà Di Nuzzo era fermamente deciso a tornare in patria subito dopo la fine della stagione lavorativa.
Ma poi nel Ristorante Roma conobbe una ragazza molto carina proveniente dal Nord Italia, e così tornò a Monaco anche l’estate successiva. Vi rimase quindici anni. Aprì un proprio ristorante, il “Fontana di Trevi” nella Sonnenstraße. Ogni sera, dopo la chiusura, dall’ingresso posteriore distribuiva ai concittadini poveri tutti gli avanzi di cibo della giornata. Nacquero i quattro figli. I due più grandi vennero mandati alla scuola elementare, dove in quanto stranieri erano relegati nei banchi dell’ultima fila. “Andò così finché non arrivarono i turchi”, dice Sandro, il più grande, come se fosse una legge di natura. “A quel punto noi diventammo i penultimi, potevamo giocare con gli altri bambini, e furono i turchi a prendere il posto degli stranieri esclusi”.

Ma cosa era accaduto a Neuaubing a Francesco Di Nuzzo? In fin dei conti, si può dire che quel periodo l’abbia ucciso; senza denti, col cuore malato e i reni in pessime condizioni, se n’è andato all’età di sessantacinque anni. I suoi figli sanno che riparava le carrozze ferroviarie, che doveva sgombrare le macerie sotto una pioggia di bombe. Hanno sentito raccontare un paio di aneddoti sulla fame nera e sul gelo. Ma poi?

Veduta dalla terrazza del ristorante.
Veduta dalla terrazza del Ristorante Nerina sulla Val di Non, Malgolo (Trento), ottobre 2021. Il ristorante fu fondato nel 1969 da Francesco e sua moglie Nerina; è gestito ancora oggi dalla famiglia Di Nuzzo.
Foto della famiglia Di Nuzzo nella schermata di un telefono cellulare.
Loredana, Cecilia, Sandro e Mario Di Nuzzo davanti al loro Albergo Ristorante Nerina di Malgolo, Trento; ottobre 2021.

Al più tardi nel luglio 1943, con lo sbarco in Sicilia delle truppe alleate, gran parte della classe dominante italiana, di orientamento nazional-conservatore e fino ad allora favorevole al fascismo, tolse l’appoggio a Mussolini e al suo partito. Il 25 luglio, il re Vittorio Emanuele fece arrestare il Duce e nominò Pietro Badoglio Presidente del Consiglio dei ministri. Poche settimane dopo, l’8 settembre 1943, Badoglio proclamò la resa incondizionata dell’Italia.

Hitler, che aveva già definito “tradimento” la caduta di Mussolini, considerò la capitolazione dell’Italia come un atto vile e infamante. La propaganda tedesca rincarò la dose: gli italiani si erano già comportati da traditori durante la Prima guerra mondiale, si trattava quindi di un atteggiamento tipico di quel popolo. Questa stigmatizzazione politica ebbe enorme risonanza nella popolazione tedesca; i prigionieri di guerra divennero per i tedeschi il simbolo del “tradimento” e del “voltafaccia” dell’Italia [3].

Fin dalla deposizione di Mussolini, la Wehrmacht aveva segretamente iniziato a prendere provvedimenti contro una possibile capitolazione dell’Italia, inviando propri contingenti nel paese, ma anche nei Balcani, nella Francia del sud e in Grecia. L’8 settembre 1943, l’annuncio della capitolazione colse completamente alla sprovvista la maggior parte delle truppe italiane. Le unità della Wehrmacht ebbero per lo più gioco facile nel disarmare i soldati italiani. Questi furono spesso allettati con delle promesse; se avessero consegnato subito le armi, sarebbero stati rimpatriati in treno, ben presto sarebbero tornati a casa. Ovviamente non era vero. In quei giorni persero la vita ben 25.000 soldati italiani, o perché si rifiutarono di consegnare delle armi, o perché rimasero bloccati in navi da carico che vennero bombardate o che semplicemente affondarono perché troppo cariche.

Un cosiddetto “permesso di lavoro” del tempo
Permesso di lavoro di Francesco Di Nuzzo (rilasciato secondo la disposizione sui lavoratori stranieri risalente al 1933), Ufficio del lavoro di Monaco, 1956. Di Nuzzo lavorò per un anno a Monaco come pasticcere nel Café Kreutzkamm, ancora esistente.
Vecchio documento di identità, con sopra un orologio e un anello
“Permesso per stranieri” provvisorio di Luigi Ganora, emesso dalla stazione di Polizia 31, succursale di Aubing, 1944; orologio da polso e anello del padre.
Grafico degli ex internati con fototessere
Lista illustrata degli “ex reduci internati” di Sala Monferrato, in cui compare anche Luigi Ganora (a sinistra in alto, terza fila), 1950 ca.
Un attestato in lingua italiana
Diploma d’onore per il “Combattente per la libertà d’Italia” rilasciato a Gino De Zolt. Per tutta la sua vita, Gino De Zolt fu orgoglioso di questo riconoscimento, che il governo italiano rilasciò soltanto ad alcuni dei soldati che fecero la guerra. Foto: NS-Dokumentationszentrum München

I treni erano diretti in Germania, nei territori occupati della Polonia e sul fronte orientale, e portavano con sé un ricco bottino. Nelle mani dei tedeschi caddero complessivamente circa 800.000 italiani. Furono messi davanti alla scelta di continuare a combattere a fianco dell’esercito tedesco o di dichiararsi prigionieri di guerra. 650.000 uomini rifiutarono ogni collaborazione e finirono al lavoro forzato. Nel suo diario, Goebbels scrisse che “il tradimento italiano” era stato “un ottimo affare” [4]. La maggioranza degli italiani si trovarono a vivere un’esperienza drammatica. Come punizione per il loro “tradimento”, furono relegati all’ultimo gradino di una gerarchia di stampo razzista, accanto ai lavoratori e alle lavoratrici dell’Unione Sovietica. Ciò significa che fu loro riservato un trattamento ancora peggiore di quello subito dai lavoratori forzati francesi e olandesi. La maggior parte degli italiani furono sottoposti al crudele principio del “nutrimento in base alle prestazioni”, secondo cui chi non riusciva a svolgere tutto il carico di lavoro assegnato, riceveva una quantità di cibo ridotta rispetto alle già pur magre razioni previste. Per questo decine di migliaia di persone finirono in un “circolo vizioso di denutrizione, diminuzione delle capacità di lavoro, provvedimenti punitivi e ulteriore diminuzione delle razioni alimentari” [5]. Non stupisce che le memorie dei prigionieri italiani siano fatte per lo più di racconti su avanzi di cibo, topi arrostiti e stati di delirio causati dalla denutrizione. E delle percosse e gli sputi di cui erano continuamente oggetto da parte della popolazione civile.

I tedeschi liberarono Mussolini e lo misero a capo della Repubblica Sociale Italiana (RSI), uno stato fascista comprendente il nord e il centro Italia che rimase alleato del Reich fino alla fine della guerra. Ma i soldati delle forze armate di uno stato alleato non potevano essere prigionieri di guerra. Così alla fine di settembre 1943, Hitler decise di modificare lo status di questi uomini e creò la condizione di “internati militari italiani” (“Italienische Militärinternierte” – “IMI”). L’uso della nuova definizione aveva anche un ulteriore obiettivo: secondo la Convenzione di Ginevra, era proibito impiegare i prigionieri di guerra nell’industria di produzione delle armi. Una limitazione che non valeva per gli “internati militari”.

In quel momento, il problema della denominazione ufficiale doveva essere del tutto indifferente agli italiani. Le loro energie erano completamente assorbite dal tentativo di sopravvivere alle vessazioni e alla fame, in condizioni di lavoro fisico pesantissimo. Ma in seguito quella definizione li avrebbe danneggiati. I figli Di Nuzzo mostrano una lettera del governo italiano. Il padre aveva inoltrato una domanda di risarcimento, a cui il Consiglio dei Ministri rispose negando ogni diritto di risarcimento: non era stato internato in un campo di concentramento. La stessa lettera hanno ricevuto tutti gli IMI, tutti gli internati militari italiani che hanno chiesto un indennizzo. Nessuno di loro ha ricevuto denaro dallo stato italiano (e neanche da quello tedesco, ovviamente). Al contrario, una volta tornati in patria, vennero spesso considerati dei collaboratori che avevano contribuito a prolungare la resistenza degli odiati tedeschi.

Ci siamo recati in Italia del nord per incontrare i figli di sei ex lavoratori forzati italiani. Volevamo sapere ciò che i loro padri hanno narrato del periodo trascorso a Neuaubing, Monaco. È stato un viaggio in un profondo silenzio. Ci siamo trovati di fronte uomini e donne tra i 60 e i 70 anni, con un paio di documenti e fotocopie e un profondo buco biografico. Mostrano tutti lo stesso documento, la lettera con cui il governo italiano ha negato ai loro padri il diritto a un risarcimento. Per loro, i figli, il mancato riconoscimento di quella sofferenza è ancora motivo di dolore.

Nel suo appartamento di Torino, Pier Vanni Ganora snocciola tutte le date della guerra di suo padre Luigi: arruolato il 28 aprile 1941, fatto prigioniero il 15 settembre 1943, tornato in patria nel giugno 1945. Pier Vanni si attiene a questi numeri e alle sue fotocopie, ma non sa nulla di quella che fu la vita di suo padre tra queste date. Sa solo che, nella quotidiana marcia a piedi verso i vagoni ferroviari di Neuaubing, veniva schernito e percosso dai bambini del posto. Sa che in seguito ebbe una tendenza quasi ossessiva a risparmiare il pane. Che non volle mai più tornare in Germania. Egli stesso non riesce a perdonarsi di non aver chiesto, di non aver liberato suo padre da quel silenzio carico di tenebre. Pier Vanni Ganora osserva le foto ingiallite, il padre ventiquattrenne con indosso l’uniforme guarda a sua volta il figlio dai capelli bianchi; poi Pier Vanni inizia a piangere e alza le spalle: “Non ne so niente, proprio niente”.

Pier Vanni Ganora porta dei fiori sulla tomba del padre.
Pier Vanni Ganora presso la tomba del padre Luigi, Sala Monferrato, novembre 2021.
Tre vecchie fotografie mostrano ognuna padre e figlio.
Fotografie di Luigi Ganora con il figlio Pier Vanni, anni ’60.

Fabia De Zolt ci accoglie nel soggiorno della sua casa. Il padre Gino è morto l’anno scorso di Corona virus, aveva compiuto 96 anni. Delle sue esperienze in Germania ha parlato una sola volta, nel 2017, quando una storica inviata dal NS-Dokumentationszentrum gli fece visita nel paese di Pieve di Cadore, ai piedi delle Dolomiti.

Mobili in legno in miniatura
Giochi in legno costruiti da Gino De Zolt. Gino continuò a coltivare le sue attività artigianali fino a poco tempo prima di morire.
Un pezzo di impasto con sopra la forma di un panino e lo stampo a forma di svastica
Stampo a forma di svastica, probabilmente risalente agli anni ’50. Albino Eicher Clere lo ricevette da un suo conoscente, convinto fascista.
Pubblicazione dedicata alle memorie di guerra
La pubblicazione Gli anni dell’orrore, con racconti di vita vissuta da due testimoni del luogo, pubblicato tra gli altri a cura di Lucio Eicher Clere, 1994. Il piccolo volume contiene le memorie di suo padre, Albino, sulla traumatica esperienza della campagna di Russia nel 1942.

Quel giorno Fabia si sedette accanto alla stufa e scrisse tutto ciò che, nella stanza accanto, il padre stava raccontando all’intervistatrice. Le donne e i bambini che gli sputavano in faccia durante il tragitto quotidiano verso il luogo di lavoro. La fame che lo tormentava ogni notte. Il suo riso amaro, quando la storica gli chiese se a Neuaubing avesse mai mangiato della carne. Il fatto che al ritorno in patria era “magro come un bastone”. Quando verso la fine del colloquio la storica gli chiese se avesse mai parlato con qualcuno di quel tempo, magari con suo fratello, anche lui “internato militare” da qualche parte in Germania, rispose “No. A che scopo”. Il giorno dopo, Fabia cercò di parlare col padre, di riportare il discorso su quel tempo; “mi rispose che non ne voleva parlare mai più”. Fa un gesto con una mano, come una mannaia che cade. “Niente. Silenzio”.

Nonostante le molte differenze che intercorrono tra le sei interviste, è emerso in modo evidente che tutti gli intervistati erano perfettamente consapevoli del fatto che i loro padri avevano sofferto la fame; ciò vale anche per coloro che hanno messo in evidenza come i padri stessi avessero mantenuto, sull’argomento, un ferreo quanto amaro silenzio. Alfredo Burani ha raccontato che il padre Giuseppe “non ha mai lasciato sul piatto neanche una briciola di pane”; Franco De Giovanni ha dichiarato che per suo padre Giuseppe il pane era diventato “sacro”. Ugualmente, in tutte le interviste emerge il fatto del mancato riconoscimento come un fatto particolarmente doloroso. Per esempio, Pier Vanni Ganora racconta che suo padre era un uomo estroverso, socievole e aperto; e che chiuse dentro di sé il ricordo della prigionia in Germania dal momento in cui lo stato italiano gli negò ogni riconoscimento. Ed ecco il momento forse più interessante di questa intervista: nell’incontro con Pier Vanni Ganora era presente anche sua moglie; mentre Ganora ancorava il suo sobrio racconto alle due sole date che conosceva, sua moglie raccontava estesamente e con entusiasmo la storia del proprio padre, che dopo esser stato disarmato dai tedeschi venne portato in una caserma, dove si svolse la nota scena-madre: “C’era un tavolo apparecchiato, e i tedeschi dissero: o combatti per Mussolini o ti mandiamo in Germania. Riuscì a fuggire e si unì ai partigiani. Dopo la guerra ne parlava volentieri”. “Già – aggiunse Pier Vanni Ganora dopo un lungo silenzio – questo è l’altro aspetto della storia. È qualcosa di cui si parla volentieri, perché tutti sono disposti ad ascoltare”.

E poi vi sono anche altre storie, come quella di Albino Eicher Clere, che ebbe un’enorme fortuna perché una donna di una certa posizione – la moglie di un funzionario di partito, secondo il figlio Lucio – lo prese sotto la sua protezione: “Il figlio di questa donna tedesca era in guerra, giù nell’Italia meridionale. Forse mio padre le ricordava suo figlio, fatto sta che grazie a questa donna ricevette buon cibo, lavorava nell’orto e nei campi della famiglia, fu un privilegiato”.

Alfredo Burani davanti a una stazione ferroviaria in miniatura.
Alfredo Burani davanti alla sua ferrovia in miniatura, novembre 2021. Suo padre Giuseppe, che fu impiegato come lavoratore forzato presso la “Reichsbahn” (compagnia ferroviaria nazionale tedesca) di Monaco, lavorò in seguito nella polizia ferroviaria a Milano.
Otto fototessere e un documento di identità allineati l’uno accanto all’altro, in due file.
Fototessere di Giuseppe Burani risalenti a diversi periodi della sua vita. La fotografia di sinistra fu scattata il 4 marzo 1943, poco prima che venisse arruolato nell’esercito. Giuseppe Burani è morto nel 2014 a 89 anni.

Forse quei 650.000 reduci avrebbero parlato di più, se avessero avuto un qualsivoglia risarcimento. Il governo italiano avrebbe potuto riconoscere pubblicamente che gli internati militari avevano preferito scegliere la durezza del lavoro forzato, piuttosto che collaborare con le unità delle SS e combattere per la Repubblica di Salò. Certamente non sarebbe corretto esaltare genericamente questa scelta come un atto di “resistenza senz’armi”, tanto più che non esisteva un vasto consenso antifascista tra le fila degli internati militari. Tuttavia, il fatto che questo episodio sia stato rimosso dalla memoria pubblica portò molti dei reduci a chiudersi in un amaro silenzio. Tanto più che neanche il governo tedesco ha versato un centesimo a questi 650.000 uomini. Né l’hanno fatto le aziende tedesche, che pure dal loro lavoro avevano tratto enormi profitti. Impossibile immaginare un destino più cinico. Durante la guerra gli internati militari furono trattati peggio di molti altri gruppi di prigionieri; ma la loro sofferenza non è mai stata riconosciuta.

Un vecchio documento dell’International Tracing Service della Croce Rossa.
Corrispondenza di Giuseppe Burani con l’International Tracing Service della Croce Rossa riguardante documenti ufficiali della sua permanenza come lavoratore forzato in Germania, 1964.

La Legge federale tedesca sui risarcimenti, entrata in vigore nel 1953, riguardò tutti i perseguitati per motivi razziali, religiosi e politici, ma escluse coloro che erano stati deportati “solo” per lo sfruttamento della loro forza lavoro. In seguito, nel 2000 venne creata la Fondazione “Erinnerung, Verantwortung und Zukunft” (EVZ, “Memoria, responsabilità e futuro”), finanziata per metà dal governo federale, per metà dalle imprese economiche, che tra l’altro usufruirono di una detrazione fiscale totale per le risorse messe a disposizione. La EVZ ha negoziato con diversi paesi dei risarcimenti per gli ex lavoratori forzati – ma gli internati militari italiani e i prigionieri di guerra sovietici ne furono esclusi. Nel 2015, il governo federale ha riconosciuto agli ex schiavi del lavoro sovietici ancora viventi un “versamento di riconoscimento”, seppur puramente simbolico. In quell’occasione, la perizia richiesta dal governo federale sugli internati militari italiani giunse alla conclusione che essi erano da considerarsi fin dall’inizio prigionieri di guerra, e pertanto andavano esclusi dal provvedimento. Lo storico Ulrich Herbert criticò aspramente questa decisione definendola una farsa e un vile stratagemma giuridico, il che però non cambiò la sostanza: i lavoratori forzati italiani non sono mai stati risarciti.

*

I quattro figli Di Nuzzo gestiscono ancora oggi l’attività dei loro genitori. Con il Ristorante Nerina, Francesco introdusse in Trentino la cucina dell’Italia meridionale. “A Malgolo la gente non conosceva la pasta fresca”, dice Sandro. I figli continuano oggi a cucinare secondo le ricette del padre. In occasione della nostra visita, anche noi veniamo invitati a un pasto sontuoso, alla fine del quale Mario serve un dessert originario di Monaco. Un giorno, nel Ristorante Roma Francesco Di Nuzzo fu incaricato di inventare un dolce. Prese del pan di spagna, dello sherry, del rum, acqua e zucchero e farcì il tutto con sciroppo e panna. L’uomo che alla periferia di Monaco era sopravvissuto mangiando bucce di patate e che per fame aveva perso tutti i denti, dieci anni dopo, nel cuore ricco della città aveva creato la Zuppa Romana, un dessert che ancora oggi compare nel menù di molti ristoranti di Monaco.

Tre vecchi menù l’uno accanto all’altro
Menù originale dei ristoranti Fontana di Trevi e Roma, anni ’80. Il dessert creato da Francesco Di Nuzzo era ancora presente nel menù.
Un ricettario con fogli sparsi su una superficie nera.
Ricettario di Francesco Di Nuzzo risalente al periodo del suo lavoro a Monaco. Molti dei piatti e prodotti da forno contenuti nel ricettario compaiono ancora nel menù del Ristorante Nerina.

Se crediamo in una idea comune d’Europa, allora abbiamo anche bisogno di una memoria comune. Le culture del ricordo sono quasi sempre costruite su base nazionale, sono separate l’una dall’altra e spesso servono solo a trincerarsi nelle proprie, singole narrazioni. Quando nel 2025 sarà inaugurato il sito commemorativo di Neuaubing, l’enorme tema del “lavoro forzato civile” avrà finalmente la sede adeguata per una politica della memoria; qui confluiranno le diverse storie e le diverse memorie di olandesi, ucraini, francesi, polacchi e polacche, e di persone provenienti da almeno altre dieci nazioni. Speriamo che vi sia anche una Caffetteria, e che in questa Caffetteria venga servita la Zuppa Romana in ricordo di Francesco Di Nuzzo, che ogni sera, all’ingresso posteriore del suo “Fontana di Trevi”, distribuiva ai concittadini poveri gli avanzi della giornata. E che nelle sale del suo ristorante ha servito, a quei monacensi che dieci anni prima gli avevano sputato addosso, il dessert da lui stesso creato.

 

Hanno collaborato: Juliane Bischoff, Paul-Moritz Rabe, Julia Rader
Traduzione: Barbara Baroni

Note alle conversazioni

Le conversazioni che abbiamo condotto con i discendenti dei lavoratori forzati italiani hanno in comune un tratto specifico: il sentimento del lutto. Non solo o non tanto per la morte dei rispettivi genitori e parenti, quanto per il senso di vuoto, per il fatto di non sapere. Se mai hanno raccontato qualcosa, gli ex lavoratori forzati hanno parlato del freddo, della fame, degli avanzi di cibo e di misere porzioni condivise con gli altri prigionieri.

Francesco Di Nuzzo (1921-1986)

Racconto dei suoi quattro figli, Cecilia, Loredana, Mario e Sandro. La conversazione si è tenuta nel Ristorante Nerina, che Francesco Di Nuzzo e sua moglie aprirono nel paese natale di lei, Malgolo, nel 1969.

Quattro persone davanti a un ristorante
Loredana, Cecilia, Sandro e Mario Di Nuzzo davanti al loro Albergo Ristorante Nerina, Malgolo/Trentino, 2021.
Quattro mani sorreggono una fotografia incorniciata
Le mani dei quattro figli sorreggono la foto-ricordo di Francesco Di Nuzzo, Malgolo/Trentino, 2021.

Nostro padre ha passato tutta la vita a lavorare, non ha avuto il tempo necessario all’elaborazione. Ed è morto a soli 65 anni; noi eravamo ancora troppo giovani per insistere con le domande.
Papà parlava in modo convenzionale del tempo in cui era un lavoratore forzato; accennava alle “grandi deprivazioni” che aveva sopportato… A Neuaubing, alla periferia di Monaco, gli caddero tutti i denti. Quando tornò a casa pesava 37 chili. In seguito, su questo triste capitolo calò in tutta Italia un profondo silenzio; tutti volevano dimenticare. Ma il corpo non dimentica. Di fatto, nostro padre è morto delle conseguenze tardive di quel periodo vissuto a Neuaubing; il cuore, i reni: alla fine tutto il sistema è collassato.

Sappiamo che a Neuaubing c’era il Reichsbahnausbesserungswerk, una fabbrica per la manutenzione degli impianti ferroviari; vi venivano riparati i vagoni dei treni. A volte abbiamo ipotizzato che lavorasse nella cucina del campo, perché raccontava spesso di un prigioniero che cercava il cibo nell’immondizia. A volte papà gli nascondeva nella spazzatura dei pacchetti con avanzi di cibo, e poi lo avvertiva perché andasse a raccoglierli. Ma se lavorava in cucina, perché arrivò al punto da perdere tutti i denti?
Sette anni dopo, poi, avvenne un incredibile fraintendimento. A quel tempo papà lavorava a San Remo in una gelateria, e un amico gli propose un lavoro a Monaco. Papà accettò la proposta credendo di andare a lavorare in Costa Azzurra, invece finì a Monaco di Baviera – proprio lì, di nuovo. Fu a Monaco, nell’elegante Ristorante Roma della Maximilianstraße, che conobbe nostra madre. Noi figli siamo nati tutti a Monaco, siamo cresciuti in un appartamento nella Schwanthalerstraße 58, proprio davanti al parco Theresienwiese. In seguito papà aprì a Monaco addirittura un proprio ristorante, il Fontana di Trevi; era un locale molto chic, con tanto di firme di personaggi importanti alle pareti. E ogni notte, nel retro della cucina distribuiva gli avanzi di cibo ai connazionali poveri.

Quando io (Sandro, nato nel 1960) andai alla scuola elementare, in quanto italiano ero costretto a prender posto negli ultimi banchi; in fondo alla classe c’era il cosiddetto “angolo degli italiani”. Eravamo gli stranieri, gli esclusi. Finché un giorno arrivarono i primi turchi. Da quel momento ci fu permesso di giocare con i bambini tedeschi; a fare la parte degli stranieri subentrarono i turchi.

Nostro padre non ha mai provato rancore nei confronti dei tedeschi. In quanto meridionale, nel Nord Italia veniva discriminato esattamente come in Germania. Veniva chiamato “terrone”, un termine dispregiativo con cui nell’Italia settentrionale vengono chiamati gli italiani del sud; anche nostra madre ha dovuto sopportare per anni parole e frasi offensive. Però papà introdusse in questo paese la buona cucina, la pasta fresca, l’autentica pizza; nel nostro ristorante seguiamo ancora le sue ricette, prepariamo anche la Zuppa Romana, il dolce che aveva inventato lui, a Monaco. Quando i clienti provenienti da Monaco scoprivano che qui, nel Ristorante Nerina, si serviva la Zuppa Romana, erano sorpresi e facevano festa… e si meravigliavano ancora di più quando scoprivano che era stato proprio lui, Francesco di Nuzzo, a inventare questo dolce nel Ristorante Roma della Maximilianstraße, negli anni ’50. Il Ristorante Roma si trovava proprio dove oggi c’è il negozio di Gucci, questo ce lo hanno detto dei conoscenti che sono stati recentemente a Monaco. Papà non ci ha mai raccontato che in quella stessa città, pochi anni prima, stava per morire di fame, di freddo e di lavoro eccessivo. È rimasto a Monaco per sedici anni, dal 1952 al 1968; ma in tutti quegli anni non è mai andato a Neuaubing.

Nella camera dei nostri genitori ci sono ancora oggi i mobili che avevano acquistato negli anni ’50 a Monaco; sono ancora tutti lì, quasi come in un museo.

Giuseppe Burani (1924-2014)

Racconto del figlio Alfredo Burani

Due mani sorreggono la foto di padre e figlio.
Alfredo Burani da bambino con il padre Giuseppe Burani, anni ’50.
Ritratto di Alfredo Burani
Alfredo Burani, 2021. 

Mio padre era un uomo molto socievole. Per le vacanze estive andavamo sempre in Riviera, erano gli anni ’60. Capitava allora che si mettesse a chiacchierare con dei turisti tedeschi; e dopo faceva qualche accenno al passato. “La vita era difficile”, ripeteva come una sorta di mantra. Più tardi, quando era già anziano, ha raccontato di più, soprattutto alla sua nipotina; forse perché lei gli faceva, ingenuamente, una quantità di domande. Venne arruolato il 18 agosto 1943 e solo tre settimane dopo fu preso dai tedeschi mentre si trovava nella sua caserma. Cercò di fuggire con indosso gli abiti civili, ma venne catturato e spedito in Germania su un carro bestiame. Fu portato a lavorare a Moosburg, sembra per aiutare a raccogliere patate. A Neuaubing… non ho idea di cosa ci facesse. È sicuro che soffrì molto la fame e il freddo, è una cosa che ricordava continuamente. E che andavano in cerca di scarti di cibo… da quel momento per lui il pane divenne qualcosa di sacro, non ne ha mai lasciato neanche una briciola sul piatto. Da anziano soffriva molto il freddo, mi sono chiesto spesso se non dipendesse dal freddo che aveva sofferto lì. Sapeva un po’ di tedesco e spesso aiutava nella comunicazione tra i suoi compagni e i tedeschi, questo gli consentì di avere un buon rapporto con uno dei sorveglianti tedeschi. Forse si trattava di un caposquadra; l’uomo lo portò più volte a casa sua, aveva una figlia, ci deve esser stato qualcosa tra mio padre e quella ragazza. Sembra addirittura che l’uomo volesse che mio padre rimanesse in Germania, dopo la guerra.

Prima della fine della guerra, i capi tedeschi usavano dire che li avrebbero uccisi tutti, gli italiani traditori, non appena avessero avuto la super-arma; e nel dirlo mimavano il gesto di tagliare la gola. Nell’aprile del 1945 mio padre fu arrestato per una presunta azione di sabotaggio. Il 30 aprile ci fu un attacco aereo, durante il quale riuscì a fuggire. Raggiunse Innsbruck a piedi. Un paio di giorni dopo si imbatté nei primi americani.
In seguito, cominciò a lavorare nella polizia ferroviaria; alla stazione di Milano rivolse la parola a una giovane donna che aveva perso il treno. È così che i miei genitori si sono conosciuti.

Per due volte ha presentato una richiesta di risarcimento, la prima al governo italiano, la seconda al governo tedesco. Non gli è mai stato riconosciuto nulla. Era un uomo estremamente positivo, ma questa cosa lo ferì molto.

Gino de Zolt (1924-2020)

racconto di Fabia de Zolt nella casa di suo padre, a Santo Stefano di Cadore ai piedi delle Dolomiti

Due mani sorreggono un ritratto fotografico.
Fabia de Zolt con la foto di suo padre Gino de Zolt.  
Ritratto di Fabia De Zolt
Fabia De Zolt, 2021. 

Dalle nostre parti si usa l’espressione “fare le ali alle farfalle”, indica le persone che sono molto dotate dal punto di vista manuale e artigianale. Mio padre era così, sapeva fare tutto, persino questa casa l’ha costruita da solo.

Non mi ha mai raccontato niente del periodo che ha trascorso in Germania; ho scoperto ciò che aveva vissuto solo nel 2017, quando una storica venne a fargli un’intervista. Ero seduta qui, vicino alla stufa, e di nascosto ho scritto ciò che diceva. Nei giorni successivi gli feci delle domande in proposito, ma reagì molto male. Disse che era “morto” a causa di quell’intervista e che non voleva parlarne mai più. Di quel periodo in Germania non parlò mai neanche con suo fratello, che pure aveva vissuto qualcosa di molto simile. Naturalmente fece una domanda di risarcimento, ma tornarono indietro solo delle comunicazioni burocratiche: ci dispiace ma non è possibile accogliere la sua richiesta. Neanche di quello ha mai voluto parlare.

Insomma, io so solo ciò che accadde qui: sua sorella venne più volte mandata a piedi da quassù fino a Bolzano per spedirgli dei pacchi di cibo da parte dei suoi genitori. Quando gli arrivavano (sempre che arrivassero) il cibo era ridotto in briciole. Nel giugno del 1945 tornò a piedi dalla Germania; pesava 43 chili. Tutto il paese venne ad accoglierlo, e fu allora che seppe che suo padre era morto. I partigiani avevano bloccato la strada con dei tronchi d’albero e vi avevano nascosto delle cariche esplosive. I tedeschi costrinsero gli uomini dei villaggi a sgombrare il passaggio. Uno di questi uomini era mio nonno, che fu ucciso da una carica esplosa mentre rimuoveva i tronchi.
Mio padre ha lavorato poi per decenni come carpentiere a Cortina d’Ampezzo. È stato in ottima forma fino alla fine. Poco prima di morire ha fatto questo piccolo lavoro, ha costruito questa chiesetta con migliaia di fiammiferi; si prendeva gioco di me perché quando andavo a fare la spesa avevo bisogno di scrivere una lista. Poi nell’autunno del 2020 il coronavirus l’ha ucciso in pochi giorni.

Luigi Ganora (1922-2003)

racconto del figlio Pier Vanni Ganora, Torino

Due mani sorreggono una foto di padre e figlio.
Pier Vanni Ganora da ragazzo con suo padre Luigi, anni ’60. 
Ritratto di Pier Vanni Ganora
Pier Vanni Ganora, 2021.

Grazie di essere venuti appositamente dalla Germania, ma purtroppo non ho nulla da raccontare. Non so niente. Mio padre non ha mai raccontato niente. Ho solo questi documenti e l’album di famiglia. Quando lo sfogliava si metteva subito a chiacchierare, dei suoi sette fratelli e sorelle, della vita in campagna… era un ottimo ballerino e amava la compagnia, ma il periodo trascorso in Germania, quello lo teneva profondamente chiuso dentro di sé.

Ecco quel poco che so: era dislocato in Montenegro, quando lui e suoi commilitoni furono disarmati dai tedeschi e deportati. A Neuaubing regnava la fame: una fame estrema e crudele. C’erano spesso dei bombardamenti. Una volta scassinò una credenza che conteneva del pane. Durante la strada che percorrevano ogni giorno per andare al lavoro, i bambini tedeschi gli sputavano addosso. Dopo la liberazione attraversò il Brennero a piedi. Lungo la strada si fece dei vestiti di fortuna con delle vecchie tende di un treno. Quando arrivò alla fattoria di famiglia, sua sorella non lo riconobbe, tanto era magro; dovette pronunciare il proprio nome per farsi riconoscere da lei. Non so altro.

Pier Vanni Ganora tace. Sua moglie racconta del proprio padre, che fu fermato e disarmato dai tedeschi, poi portato nel cortile di una caserma. C’era un tavolo apparecchiato e i tedeschi dissero: o combatti per Mussolini o vieni in Germania. Lui riuscì a fuggire e si unì ai partigiani. Dopo la guerra il padre ne parlava spesso e volentieri, anche lei racconta la storia con tono vivace, con una punta di orgoglio.

Già, dice Pier Vanni Ganora, questo è l’altro aspetto della storia. È qualcosa di cui si parla volentieri, perché tutti sono disposti ad ascoltare. Mio padre non ha mai ottenuto un risarcimento. Non parliamo poi di un riconoscimento. Dopo la guerra, a Torino ha cominciò a lavorare alla riparazione dei vagoni, come a Neuaubing. Ha fatto l’operaio alla FIAT per tutta la vita. Pier Vanni Ganora piange. Mi rimane solo questo dolore. Mi domando perché non gli ho chiesto niente. Mi spiace molto non potervi raccontare di più.

Giuseppe Degiovanni (1922-1991)

racconto del figlio Franco de Giovanni, nell’appartamento di Casale Monferrato dove visse anche Giuseppe

Due mani sorreggono una vecchia foto di padre e figlio
Franco Degiovanni da bambino con suo padre Giuseppe, anni ’50.
Ritratto di Franco Degiovanni
Franco Degiovanni, 2021.

Una volta un tedesco mi ha detto che il Piemonte è la Prussia dell’Italia. Noi veniamo da Pinerolo, a sud-est di Torino. I miei bisnonni hanno combattuto per l’Unità d’Italia, mio nonno ha fatto la guerra di Libia, mio padre è stato arruolato nel 1942. L’8 settembre 1943 la sua unità venne completamente lasciata a sé stessa, gli ufficiali fuggirono e i soldati furono deportati dal Montenegro fino a Königsberg in carri bestiame. Privi di cibo, durante quel viaggio morirono in molti. Venne mandato lì a scaricare le navi. A un certo punto fu deportato a Monaco, forse perché i russi stavano avanzando verso Königsberg. A Neuaubing lavorò alla riparazione dei vagoni ferroviari. I tedeschi erano molto rigidi e molto organizzati. C’erano solo fame, freddo e pidocchi. Di domenica i lavoratori forzati venivano spesso inviati ad effettuare altri servizi. Mio padre fu incaricato di condurre una ragazzina in campagna, dai parenti di uno dei capi del campo, perché Monaco era sottoposta a continui bombardamenti. I contadini gli diedero qualcosa da mangiare, pane, burro, marmellata. Lui conservò il cibo per condividerlo con il suo amico, prigioniero nello stesso campo. In seguito anche l’amico fu inviato dalla famiglia di contadini e ricevette anche lui del cibo, ma se lo mangiò tutto. Da quel giorno mio padre perse la fiducia nelle persone. Mi ha sempre messo in guardia: diffida degli amici!

Il freddo e la fame di Neuaubing l’avevano segnato. In inverno aveva la fissazione di chiudere tutti i buchi e le fessure, accendeva la stufa e la caricava al massimo. Ha cercato più volte di ottenere una pensione di invalidità, perché in Germania si era ammalato di tubercolosi. Lo Stato però pretendeva una dimostrazione del fatto che la malattia fosse insorta durante la guerra. La risposta finale delle autorità è arrivata trent’anni dopo la prima richiesta, ormai mio padre era morto da tempo: a Casale Monferrato ha lavorato con l’eternit ed è morto di cancro ai polmoni a causa dell’asbesto, come tanti altri. Anche a mia madre è successo lo stesso, nel suo caso sono state le vernici velenose. Dove prima c’era la fabbrica, oggi c’è un parco creato in memoria delle vittime. Ci vado spesso, per pensare ad entrambi.

Mio padre diceva spesso che avrebbe voluto tornare almeno una volta a Neuaubing. Io non avevo mai tempo – o almeno credevo. L’unica sua consolazione era questo diploma: “Attestato di Volontario della Libertà”. Ha vissuto in prima persona un momento decisivo, di cui tanti hanno raccontato: il cortile di una caserma, un tavolo apparecchiato; chi si impegna a combattere per Mussolini e per la Repubblica di Salò riceve da mangiare; chi si rifiuta, viene caricato nel treno diretto in Germania. Lui si è rifiutato.

Albino Eicher Clere (1922-1987)

racconto del figlio Lucio Eicher Clere

Due mani sorreggono una vecchia foto di padre e figlio
Lucio Eicher Clere da bambino con suo padre Albino, anni ’50.
Ritratto di Lucio Eicher Clere
Lucio Eicher Clere, 2021.

Fuori, nella piccola piazza antistante il panificio, gli abitanti del paese partecipano a una messa celebrata all’aperto. È il 4 novembre, Giorno dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate. Lucio Clere Eicher è in piedi accanto alla stufa e guarda fuori, nella luce argentata dell’autunno; ha uno sguardo meravigliato e sorride.

Stanno festeggiando in realtà la vittoria del 4 novembre 1918… comunque, se io fossi parroco proibirei tutti i simboli militari in chiesa. Nel dire questo lavora l’impasto e tira fuori una vecchia forma in metallo, che a volte suo padre usava per imprimere un marchio sul pane.

Mio padre ebbe questo stampo parecchi decenni fa da un suo amico, l’aveva fatto lui. A voi che siete tedeschi vi fa subito venire in mente qualcosa…. ma non c’è bisogno di essere tedeschi per riconoscere questa forma, è una svastica e l’amico di mio padre era un fascista convinto. Ma mio padre non lo prese sul serio.

Lucio Clere Eicher va nella sala da pranzo e mette sul tavolo una brochure. L’ha scritta lui, sotto la dettatura di suo padre: “Ricordi della Campagna di Russia”. Si siede; per gli ospiti tedeschi ha preparato dei ravioli e dell’insalata. Comincia a raccontare.

Nel caso di mio padre, le cose sono andate in modo diverso. Fece la campagna di Russia. Erano 200.000 italiani, ne sono sopravvissuti circa 20.000. All’inizio pensavano che si trattasse di una specie di gita a Mosca. Poi rimasero bloccati nelle steppe dell’Ucraina. La fame e il freddo dovevano essere terrificanti; in seguito ha scritto i suoi ricordi di quei sei mesi e ha parlato spesso di “inferno di ghiaccio russo”. Diceva che, nella marcia di ritorno, il paesaggio innevato era nero di cadaveri.
Alla fine di gennaio 1943 al suo battaglione fu ordinata la ritirata. 2000 chilometri a piedi, dall’Ucraina attraverso la Russia Bianca fino in Polonia. Una volta in Polonia, i pochi italiani sopravvissuti furono rimpatriati in treno. Il 1 aprile 1943 era di nuovo davanti alla porta del panificio dei suoi genitori. È probabile che fu il mestiere di fornaio a salvargli la vita in Russia: sapeva scaldare il forno e faceva il pane per i soldati.

Comunque, era tornato da poco che dovette ripartire per tornare in guerra. E poi in settembre improvvisamente diventò un prigioniero e un “traditore” e fu spedito nel campo di Neuaubing, dove rimase ventidue mesi. Ma lì una donna benestante, probabilmente la moglie di un capo di partito, lo scelse come domestico, o qualcosa del genere. Il figlio di questa donna tedesca era in guerra, giù nell’Italia meridionale. Forse mio padre le ricordava suo figlio, fatto sta che grazie a questa donna ricevette buon cibo, lavorava nell’orto e nei campi della famiglia, fu un privilegiato. Non c’è da sorprendersi che in seguito ne abbia parlato molto meno che del periodo passato in Russia.

Dopo la guerra assunse la gestione del panificio. Non si è mai considerato una vittima. Ma sia qui in paese che in tutta l’Italia si scatenò questa assurda competizione tra le vittime, gli IMI non contavano nulla. Ho visto qui in paese, un giorno, un ex prigioniero di un campo di concentramento aggredire verbalmente un ex internato militare. “Che ne sapete voi? Voi non avete sofferto nulla!”

Io ho studiato teologia e psicologia, ma quando mio padre ha dovuto lasciare il panificio, ho deciso di portarlo avanti io. Ora lo gestisce mia figlia, la nostra attività è alla quarta generazione.

[1] Michele Barricelli, „Schlimmer als die beste Schilderung“ – Die Erinnerung an NS-Zwangsarbeit als gesellschaftliche Aufgabe, in Nerdinger, Winfried (a cura di), Zwangsarbeit in München. Das Lager der Reichsbahn in Neuaubing. Berlino 2018, p. 74.

[2] François Cavanna, Das Lied der Baba. Monaco-Vienna, 1981, p. 267, citazione tratta da Christine Glauning, Mittdendrin und außen vor: Zwangsarbeit in der NS-Gesellschaft, in Nerdinger, Winfried (a cura di): Zwangsarbeit in München. Das Lager der Reichsbahn in Neuaubing. Berlino 2018, pp. 12-27; per il passo presente si veda p. 15.

[3] Cfr. Gabriele Hammermann, Einleitung, in Dies (a cura di), Zeugnisse der Gefangenschaft. Aus Tagebüchern und Erinnerungen italienischer Militärinternierter in Deutschland 1943-1945. Berlino/Monaco/Bosten 2014, p. 10.

[4] Joseph Goebbels, Diari. Annotazione del 20.9.1943 e del 23.9.1943, citato in Gabriele Hammermann, Einleitung. In Dies. (a cura di): Zeugnisse der Gefangenschaft. Aus Tagebüchern und Erinnerungen italienischer Militärinternierter in Deutschland 1943-1945. Berlino/Monaco/Bosten 2014, p. 6.

[5] Gabriele Hammermann, Einleitung. In Dies (a cura di), Zeugnisse der Gefangenschaft. Aus Tagebüchern und Erinnerungen italienischer Militärinternierter in Deutschland 1943-1945. München. Das Lager der Reichsbahn in Neuaubing. Berlino 2018, p. 74.